Romagna amara

Da 16 Ricordi Scelti, DR eDizioni.

2.
21 giugno 1987

Cesena-Catania

Dopo una stagione in cui, grazie alla classifica avulsa, festeggiammo la salvezza con una giornata di anticipo, risultato che per quasi vent’anni sarebbe rimasto il migliore di cui ero stato testimone, le cose precipitarono. Dovevo immaginarlo che prima o poi sarebbe potuto succedere di retrocedere, che la partita di Cagliari non ci aveva salvato definitivamente, ma solo temporaneamente dall’inferno della Serie C. Lo diceva chiaro la storia del Catania, una squadra che era stata capace di imprese memorabili negli anni sessanta in Serie A e che poi si era dovuta accontentare di un’altalena spossante fra Serie B e Serie C, con due sole puntate nel massimo campionato, entrambe finite male.


Ma a tredici anni non conoscevo così bene la storia della mia squadra, ritenevo anzi che per il nostro pedigree meritassimo comunque di stare almeno in Serie B, per di più senza soffrire. Una convinzione che nel 1986-’87 era stata rafforzata da una vittoria alla prima giornata acciuffata sul campo di una nobile del calcio nostrano, il Bologna sette volte campione d’Italia. Doveva essersi trattato di una vittoria casuale, se i padroni di casa non erano riusciti a rimontare la rete del nostro sconosciuto attaccante Roberto Mandressi, prelevato quell’anno dalla Cavese e che sarebbe stato per noi tifosi e per la squadra più croce che delizia.
Non ne sono sicuro, che sia stata una vittoria del tutto casuale, perché quella volta la cronaca di Pandolfini la ascoltai in macchina da una radiolina. La mia famiglia aveva infatti l’abitudine di passare la domenica nella nostra casa in campagna fino ai primi week-end di settembre. Un’abitudine piacevole se non fosse che, con scarsa sensibilità per le mie esigenze, si accompagnasse spesso a quella di riprendere la strada per la città nel bel mezzo della partita. Per lunghi tratti di gara non ero quindi informato in tempo reale di cosa stesse succedendo in campo il che, insieme alla difficoltà di sintonizzare le frequenze in macchina (l’autoradio era un lusso che avrei conosciuto solo molti anni dopo), aggiungeva tensione ai miei pomeriggi domenicali.

Fatto sta che, sebbene avessimo centrato a distanza di circa 25 anni la nostra seconda vittoria nella città delle due torri, la squadra non dimostrava solidità. Già all’esordio in casa, una settimana più tardi, perdemmo infatti contro la Cremonese, sia pure di misura, e al ritorno lo stesso Bologna si vendicò facilmente travolgendoci in casa nostra per 4 a 1. In un campionato straordinariamente equilibrato, e quindi bellissimo, galleggiammo così nelle parti basse di una classifica corta come mai o rarissimamente capita. Basti pensare che a fine stagione tre squadre spareggiarono per un posto in Serie A e altrettante per evitare l’ultimo dei quattro posti che condannavano alla Serie C1. Primo arrivò il Pescara, che nemmeno avrebbe dovuto partecipare a quel torneo essendo retrocesso un anno prima per essere poi ripescato alla vigilia del nuovo campionato al posto del Palermo, che era fallito. Una vittoria bellissima, conquistata attraverso un gioco spumeggiante e rivoluzionario che permise agli abruzzesi di conquistare 44 punti come il Pisa. Le terze racimolarono appena un punto in meno e solo dieci in più delle squadre coinvolte nella lotta per la salvezza (giova ricordare che a quei tempi la vittoria era premiata con due punti).
Un tale livellamento spiega come il Catania abbia potuto buttare al vento un vantaggio costruito su una serie di vittorie per 1 a 0 apparentemente decisive conquistate ai danni del Pescara, della Lazio e, soprattutto, della Triestina (quest’ultima battuta addirittura sul proprio campo, per noi tradizionalmente ostico). Purtroppo però c’erano state anche pesanti battute di arresto interne contro dirette concorrenti per la lotta per la sopravvivenza, quali Vicenza e Taranto, che avevano sbancato il Cibali con un doppio 2 a 1. Quando il Cagliari già retrocesso ci impose il pareggio a reti bianche nell’ultimo nostro impegno interno, il cerchio aperto due anni prima si chiuse e fummo costretti a giocarci tutte le nostre chances di salvezza all’ultima giornata, sul campo del Cesena che doveva vincere per conquistare gli spareggi per la promozione. Eravamo di nuovo all’ultima spiaggia per evitare la Serie C1.

La domenica in cui finì il campionato in città si respirava aria di rassegnazione, in quanto la squadra non ispirava grande fiducia. Proprio la mattina dell’ultima di campionato mio padre mi diede il buongiorno con la frase “Così oggi il Catania sale sul patibolo, eh?”. A distanza di anni mi resi conto che quello era il suo modo di assicurarsi che non facessi troppo affidamento sulla speranza di cavarcela, così da non soffrire eccessivamente nel caso fosse andata male. In quel momento però mi sembrava una provocazione inutile cui avrei volentieri risposto in malo modo, come mai un figlio dovrebbe fare col padre. Non lo feci, ma faticai tanto a reprimermi che ne ricavai una sensazione di rabbia e malessere. Penso che alcuni focolai di rissa, genericamente bollati come tafferugli, nascano da leggerezze di questo tipo fra individui non imparentati e non abbastanza educati o pazienti da reprimersi.
Fra l’altro mia madre, pur non avendo un’idea precisa di come si svolgesse il gioco, aveva lo stesso identico distorto modo di proteggermi da possibili delusioni calcistiche. Con un’aggravante: contrariamente a mio padre quell’abitudine non l’ha mai persa. Ora, finché una mamma ha a che fare con un ragazzino di tredici anni può essere anche comprensibile che si curi di mitigare preventivamente una possibile delusione, ma lo stesso non può più valere quando quel ragazzino si è trasformato in un uomo fatto, ha superato i trent’anni, ha messo su un po’ di pancetta e ha cominciato a perdere i capelli. Non che superati i trent’anni io abbia smesso di provare profonda delusione per le sconfitte del Catania, ma che diamine, sono cresciuto abbastanza da essere perfettamente in grado di gestire la cosa senza interferenze!

Ad ogni modo quella volta ebbe ragione mio padre. A Cesena c’era grandissimo entusiasmo per la possibilità di fare il salto in Serie A e questo rendeva l’ostacolo romagnolo ben duro, soprattutto perché da superare in trasferta, nonostante da parte nostra potessimo contrapporre la sempre pericolosa forza della disperazione.
Resistemmo bene per un po’, andammo sotto ma pareggiammo segnando un rigore che l’arbitro di turno, quasi a volersi scusare per l’eccezionalità dell’evento, fece ripetere la bellezza di due volte. In tutti e tre i casi trasformammo, ma poi un altro rigore frantumò le nostre speranze e mandò in orbita i bianconeri di casa. Se fossi diventato capo del mondo quel giorno, il mio primo provvedimento sarebbe stato quello di rendere validi anche i due rigori ripetuti. Non sarebbe stato sportivo, ma in questo modo avremmo vinto 3 a 2 e una grave catastrofe sarebbe stata evitata. Per ovvi motivi fu invece omologato senza problemi il 2 a 1 maturato sul campo e il Cesena, che detestai per anni, si qualificò per gli spareggi con il Lecce e la Cremonese che poi avrebbe vinto conquistando con merito la promozione.

Fu così che retrocedemmo in C1. Ci rimasi molto male, ma non piansi, mi convinsi subito che almeno in C avremmo saputo disputare un campionato di vertice. Mia sorella, di dieci anni più grande di me e di gran lunga più fanatica, forse la vera responsabile della mia passione per il Catania, aveva invece un’esperienza di campionati di terza serie che la spinse a sentenziare che per risalire ci sarebbero voluti cinque anni, come l’ultima volta.
Se avessi saputo che ci sbagliavo entrambi, e di grosso, forse qualche lacrimuccia l’avrei versata.

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