Quando tutto ebbe inizio…

Da 16 Ricordi Scelti, DR eDizioni.

1.
16 giugno 1985

Cagliari-Catania

Il mio destino di tifoso era già tutto scritto nel momento in cui scelsi di cominciare a seguire il Catania e nella sua straordinaria intempestività. Correva la stagione di Serie B 1984-’85, avevo dieci anni e cominciavo appena a prendere dimestichezza con le regole del gioco, quando decisi che la mia squadra del cuore doveva essere quella della mia città. La mia militanza non iniziò dal girone di andata, quando una bella cavalcata ci aveva portato fino al terzo posto, cioè in piena corsa per la promozione in Serie A, bensì dalla seconda parte di campionato, quella in cui scivolammo inesorabilmente nelle retrovie fino a giocarci la salvezza all’ultima giornata. Fu insomma un battesimo di fuoco che mi avrebbe temprato in vista di una carriera da tifoso in cui i campionati giocati all’ultimo respiro sarebbero stati la regola e la tranquillità di metà classifica l’eccezione.

Da quella prima stagione la mia passione per la maglia rossazzurra non è più svanita, ma ha conosciuto alcuni picchi di intensità che hanno sfiorato il morboso e qualche pausa che l’ha spostata per brevi frangenti sullo sfondo della mia vita, della quale tuttavia è rimasta una delle poche costanti.
Nel 1984-’85 il Catania era reduce da due campionati eccezionali per motivi opposti: uno si era concluso con una promozione in A ai limiti dell’impresa, dopo epici spareggi vinti a Roma contro il Como di Matteoli e la Cremonese di Vialli; l’altro era terminato con una retrocessione altrettanto storica che ci aveva consegnato pure diversi record negativi per i tornei di Serie A a 16 squadre, fra cui quelli del minor numero di punti conquistati e dell’unica vittoria in campionato, ma anche quello, che forse record non è, di un solo rigore ottenuto. Naturalmente a me, come a quasi tutti i tifosi etnei, piace pensare che quest’ultimo primato sia stato propiziato dalla proverbiale antipatia degli arbitri nei confronti del Catania, ma anche l’ipotesi che non entrassimo in area abbastanza spesso da indurre al fallo gli avversari ha un suo fondamento.
Appena un anno dopo quella stagione disastrosa, la lenta via crucis che seguì il girone di andata che aveva fatto sognare un ritorno immediato fra le prime della classe giunse all’ultima fermata, quella decisiva, cioè all’ultima partita in cui ci giocammo la permanenza nel campionato cadetto, per di più fuori casa e contro una squadra, il Cagliari, che doveva vincere per non retrocedere. In poche parole, ci giocammo la salvezza nella condizione peggiore possibile dopo quella di dover sperare in concomitanti risultati favorevoli di altre squadre.

Quel pomeriggio provai una sensazione che seppi interpretare solo in seguito, dopo averla vissuta un bel po’ di altre volte. Si trattava di paura. Non semplice paura di perdere, quella era una costante di qualunque partita, ma qualcosa di più profondo, la paura che accadesse qualcosa di irrimediabile più o meno sotto i miei occhi e che io non potessi fare nulla per evitarlo, pur sapendo data e ora in cui quel disastro avrebbe potuto concretizzarsi.
Nonostante non fossi uno di quegli ometti che spiccavano per la forte personalità, mi ero abituato facilmente alla mia condizione di bambino calcisticamente emarginato dai compagni di classe che tifavano per le grandi squadre e la mia diversità non mi pesava affatto. Ma l’ipotesi di retrocedere in Serie C1, cioè due gradini sotto la Serie A, e per giunta senza certezza alcuna di poter tornare all’aurea mediocritas della Serie B in tempi ragionevoli, non era un’eventualità che accettavo. Mi stava bene vivacchiare a metà classifica, anche in Serie B, ma non di finire in un campionato in cui capitava raramente persino di essere inseriti nella schedina del totocalcio. E poi non si poteva subire l’onta di una seconda retrocessione consecutiva. Insomma era indispensabile non perdere a Cagliari.

Allora per me l’unico modo di seguire la partita era la radiocronaca, dal momento che non  avevo il permesso di andare allo stadio. La stazione locale Radio Catania International affidava l’onere del racconto di quei novanta minuti di sofferenza che erano sempre e comunque le partite dei rossazzurri alla voce di Nicky Pandolfini, voce per me ben più familiare di quella dei cronisti nazionali della radio di Stato. La cronaca di Pandolfini, oltre a dare la sensazione di poter condividere la tensione con qualcuno che capisse quello che stavi provando perché lo provava egli stesso in prima persona, aveva il vantaggio di essere pressoché integrale poiché si interrompeva solo per alcuni brevi stacchi pubblicitari che nel peggiore dei casi duravano qualche minuto, o per i solo leggermente più interessanti aggiornamenti dagli altri campi. Certo, qualche minuto di black-out era già troppo per chi si stava giocando una stagione o anche solo un paio di punti in classifica, ma era pur sempre meglio di doversi sorbire i collegamenti con la maggior parte degli altri stadi, come avveniva se si sceglieva il celeberrimo “Tutto il calcio minuto per minuto”.
Poi non è che conoscere il proprio destino in differita di poche frazioni di secondo servisse a qualcosa, ma permetteva almeno di avere un’idea di che piega stesse prendendo la partita, nel peggiore dei casi di quanti minuti c’erano a disposizione per rimediare a uno svantaggio, o se c’era qualcuno dei protagonisti in campo con cui prendersela, fosse un nostro giocatore sotto tono, un avversario simulatore o un arbitro incapace e parziale.
Ad ogni modo quella volta le parole del buon Nicky non trasmettevano sensazioni rassicuranti. Ricordo distintamente che con voce concitata annunciava che la porta del Catania sembrava stregata e sciorinava tutto il repertorio che il bravo telecronista usa per rendere l’idea di una partita in cui una squadra domina l’altra, parlava cioè di assedio, di squadra schiacciata e di nitide occasioni da gol. Fatto sta che il risultato non si sbloccò e così ci salvammo, mentre il Cagliari retrocesse.

In realtà anche la formazione sarda poche settimane dopo avrebbe festeggiato la salvezza, ma solo perché ripescata in quanto un illecito sportivo aveva condannato al suo posto il Padova. Dunque anche perdendo saremmo rimasti in B, ma quella conquista, apparentemente modesta, non fu affatto vana: mi permise intanto di vedere svanire la paura di due ore prima, di non dover aspettare il decorso fisiologico di una delusione che avrebbe potuto avvelenare qualche giorno delle mie lunghe vacanze estive e di sognare fin da subito una nuova stagione migliore.
Non potevo sapere che quella speranza sarebbe rimasta tale per diversi lustri ancora e che anzi avrei dovuto fare l’abitudine a finali pieni di patemi come quello appena trascorso.
Non lo sapevo e quindi ero più che soddisfatto: il Catania era salvo, cominciava l’attesa di tempi migliori.

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