Lottando nella polvere

Da 16 Ricordi Scelti, DR eDizioni.

3.
12 giugno 1988
Catania-Nocerina

L’anno del nostro ritorno in C1 ci ritrovammo a giocare uno spareggio con la Nocerina per evitare la retrocessione in quarta serie, fu cioè il peggiore della nostra storia.
La squadra aveva faticato per tutta la stagione e le prime quattro partite avevano anticipato tutti gli ingredienti di quell’indigesto campionato. Con il Brindisi, all’esordio, non riuscimmo a mantenere un vantaggio di due reti e il gol del definitivo pareggio ospite arrivò all’ultimo minuto. Seguirono due sconfitte per 1 a 0 in trasferta, contro Francavilla e Nocerina, quindi arrivò il primo successo, in casa contro il Licata destinato ad una miracolosa promozione in Serie B. Vincemmo 2 a 1 ma i 38 minuti che trascorsero fra la rete ospite che dimezzava il nostro vantaggio e la fine della partita furono lunghissimi, per l’ovvia paura di una nuova beffa.
Quella di pareggiare in casa per 2 a 2 dopo essere andati in vantaggio di due reti la ricordo come fosse un’abitudine di quel Catania, anche se a ben pensarci avvenne solo un’altra volta, contro la Torres di Sassari che schierava un Gianfranco Zola ancora giovanissimo, ma già fenomenale. Non mancarono però altre dolorose manifestazioni di autolesionismo (almeno io tifoso quattordicenne lo percepivo come autolesionismo, ma forse trattavasi di semplice inesperienza o fragilità mentale e tecnica della squadra). Ricordo per esempio con sincero dolore il gol del 1 a 1 subìto allo scadere sul campo del Campania Puteolana che sarebbe arrivato ultimo. Tutti questi episodi favorirono la degenerazione della mia innata tendenza all’ansia in una grave forma di paranoia che mi impedisce tuttora di considerare chiusa una partita prima del fischio finale, indipendentemente da quanto largo possa essere il vantaggio della mia squadra.
Quell’anno le vittorie con più di una rete di scarto si contarono sulle punta delle dita di una mano, così finimmo il campionato con sole due squadre alle spalle (il Campania Puteolana di cui sopra e il Teramo) e a pari punti con Nocerina e Brindisi, dopo aver cambiato un presidente e tre allenatori. La Serie B di appena un anno prima sembrava preistoria.
Per nostra fortuna, essendo previsto l’allargamento dei campionati, da regolamento solo tre squadre sarebbero retrocesse in C2, invece delle solite quattro. Il Brindisi si tirò fuori grazie alla classifica avulsa, mentre noi fummo costretti a spareggiare con la Nocerina sul neutro di Cosenza.
La Nocerina. Un avversario per me semisconosciuto ma sul conto del quale dovetti apprendere in quell’occasione notizie affatto rassicuranti. La meno rassicurante di tutte era che nel 1978, anno di un’altra ristrutturazione dei campionati, ci avevamo già giocato contro in un altro spareggio, sempre in Serie C e sempre in Calabria, ma a Catanzaro e non per decidere chi avrebbe dovuto retrocedere, ma per giocarci la promozione fra i cadetti. E quella volta avevamo perso 2 a 1 dopo essere passati per primi in vantaggio. Dunque non solo la Nocerina era un avversario più che rispettabile, tanto da aver militato in Serie B, ma ci aveva già battuto in un precedente in cui la posta in palio era altissima. Non sapevo se il futuro mi avrebbe mai riservato un finale di campionato tranquillo, ma di certo quello non lo sarebbe stato. A dirla tutta quel finale non avrebbe potuto essere tranquillo quale che fosse stato l’avversario perché si trattava di gara unica, di novanta minuti secchi, cioè di una situazione in cui qualunque squadra, anche la più forte, avrebbe potuto scivolare contro qualunque avversario, anche il più debole.
A darmi parzialmente coraggio c’era il precedente più recente: nella stagione regolare, al Cibali, proprio contro i rossoneri campani avevamo centrato una delle “imprese” di stagione, una vittoria per 2 a 0. Lo ricordo bene perché il secondo gol era stato messo a segno da tale Pietro Puzone. Sbarcato a Catania tre anni prima, Puzone era appena tornato in rossazzurro fresco del titolo di campione d’Italia conquistato con il Napoli di Maradona senza mai scendere in campo. Non so perché, forse per la sua militanza triennale o per la generosità che dimostrava in campo, era diventato uno dei miei giocatori preferiti. Mi pare facesse il tornante, l’ala sinistra, o comunque agisse sulla fascia, e i suoi tratti somatici ruvidi, insieme alla sua improbabile pettinatura con la riga in mezzo che gli disegnava due semicerchi di capelli sulla fronte, davano l’idea di uno che si era fatto da sè. Coi tempi che correvano, per quanto mi riguardava era abbastanza per fare di lui un idolo, ma certo avrebbe dovuto metterci un po’ del suo. Per questo mi faceva sempre piacere se gli capitava di segnare. Quella volta gli andò bene. Sul risultato ancora in bilico, decise infatti di rischiare la nostra salvezza e la sua incolumità colpendo in mezza rovesciata un pallone che avrebbe potuto spingere in rete in qualunque altro modo con una maggiore probabilità di successo, essendosi ritrovato da solo davanti al portiere ospite. Avesse sbagliato, la cronaca di Pandolfini degli ultimi minuti non sarebbe volata via senza il solito pathos e qualche tifoso avrebbe avuto motivo di reagire in malo modo.
Non sapevo che peso dare ai precedenti, ma sapevo che non ci giocavamo solo un campionato, bensì la nostra intera storia. Già, perché la terza retrocessione in cinque anni, per una società che aveva appena accolto un nuovo proprietario che non sembrava disporre di grande liquidità né di grandi idee, avrebbe reso concreto il rischio di fallimento, con conseguente perdita dell’affiliazione e della denominazione. Cercai di non pensarci, consolandomi con il pensiero che, dopo un anno all’insegna della discontinuità, c’era almeno la possibilità di risolvere i nostri problemi con un solo successo, senza dover poi confermarsi per allontanarci dalla zona calda, come avevamo tentato invano di fare più volte nel corso della stagione.
A Cosenza il giorno dello spareggio c’erano cinquemila catanesi, numero consistente per una trasferta di Serie C, per quanto importante. D’altra parte, se c’è una cosa che mai è mancata al Catania è il supporto dei suoi tifosi, che in quell’occasione dovevano avere le mie stesse idee sull’importanza del risultato finale. La partita la vissi passeggiando nervosamente su e giù per la camera da letto dei miei genitori con la radiolina di mia sorella fra le mani, mentre loro trascorrevano la domenica in cucina seguendo le lunghissime e noiosissime trasmissioni di intrattenimento propinate dalla televisione di Stato.
Le cose si misero subito bene. Segnammo dopo dieci minuti grazie al nostro numero dieci Giancarlo Marini, uno che incarnava alla perfezione il prototipo del regista e che più di una volta ci aveva già tolto le castagne dal fuoco. Aveva qualcosa in più di Puzone per ambire al ruolo di idolo e con quel gol fece un bel balzo verso quell’obiettivo. Non ricordo di particolari patemi nel corso della gara, ma so che la tensione per me non scese mai, per via della possibilità sempre incombente dell’ulteriore coda dei supplementari. All’inizio di secondo tempo raddoppiammo, stavolta grazie a Carletto Borghi, uno che il suo posticino nella storia del calcio se l’era guadagnato arrivando settimo in Serie A con il Catanzaro e che da molti anni difendeva i nostri colori. Non ho memoria del resto della partita, ma di sicuro non dovetti rilassarmi nonostante il doppio vantaggio. L’incontro finì 2 a 0 e ci consegnò la salvezza.
Ancora una volta la paura era svanita. In quattro stagioni da tifoso avevo vissuto tre spareggi, cavandomela in due casi. Non conoscevo il sapore vero e proprio della vittoria in quanto tale, ma solo quello dello scampato pericolo. Quell’epilogo, che convertì in adrenalina tutta la tensione accumulata in mesi di incertezze e tribolazioni, mi diede però un piacere degno di successi più importanti.

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