Verso l’impresa

“A volte è difficile fare la scelta giusta perché o sei roso dai morsi della coscienza o da quelli della fame.”

Totò

C’è talmente tanto da dire sulle ultime sconfitte del Catania che non sono riuscito a scrivere nulla.
Perché quattro batoste come quelle rimediate nell’ordine da Melfi, Lecce, Paganese e Foggia, getterebbero nello sconforto qualunque tifoso e io ho reagisco restando senza parole. Più il tifoso è appassionato, più schiuma rabbia nel vedere prestazioni tanto scadenti, a prescindere dai motivi che le hanno determinate. Sarà un fatto fisico, incapacità tattica, approssimazione tecnica, scarsa professionalità, caos nella gestione della società, fatto sta che lo spettacolo offerto è stato inverecondo e ora i rossazzurri sono fuori dalla zona playoff, il che è già un’impresa considerato che questa è estesa a più di metà classifica, cioè fino alla undicesima posizione. Essere fuori dai playoff equivale a rischiare i playout, nonostante il vantaggio sulle posizioni che scottano sia ancora un rassicurante +10. Ma non mettiamo limiti alle potenzialità autodistruttive di squadra e società, che negli ultimi anni ci hanno stupito nella perseveranza e autodisciplina con cui hanno saputo spostare sempre più in basso il fondo del barile.
Fermo restando che la classifica corta lascia aperte le possibilità di raggiungere la qualificazione agli spareggi-promozione, le prestazioni in costante (e apparentemente inarrestabile) declino fanno pensare che sarà meglio prepararsi all’impatto o giocare tutte le carte per evitarlo.

In questo senso mi sento di sottolineare un concetto: le recenti polemiche fra coloro che hanno scelto di disertare la gara col Foggia per seguire l’Amatori Catania Rugby (o stare a casa) e quelli che hanno preferito non far mancare il loro apporto e/o i loro fischi al “Massimino”, è sintomatico di come si stia ancora sbagliando obiettivo. Tutti i tifosi sono dalla stessa parte, altrimenti non perderebbero il loro tempo preoccupandosi, in un modo o in un altro, di una squadra di C. Chi sbaglia è, occorre dirlo, la società che, per l’ennesima volta, sembra lavorare più per spaccare l’ambiente che per unirlo, dicendo sempre quella parola di troppo contro qualcuno, quando, vista la situazione delicata, sarebbe il caso di cercare la compattezza massima dell’ambiente.
L’A.D. Lo Monaco ha rivendicato il proprio buon lavoro sul piano amministrativo, affermando di prevedere per giugno il completamento di una parte del risanamento della società che dovrebbe rendere quest’ultima nuovamente in grado di reggersi sulle proprie gambe (se ho capito bene). Resta il fatto che il caso Rinaudo, simile a quello di Castro, non deve essere sottovalutato perché l’accordo con lo Sporting Lisbona per il pagamento del giocatore deve essere trovato a ogni costo e celermente, se non si vuole rischiare una super multa che sarebbe il colpo di grazia per la società.
Poiché poi il campo ha detto inequivocabilmente che la squaqdra messa in piedi non è all’altezza delle più forti del girone e solo un colpo di fortuna senza precedenti potrebbe consentirle di centrare il salto di categoria (con tutti gli effetti collaterali che comporterebbe trovaersi in B con una squadra di C), sarebbe il caso di ammettere che da questo punto di vista si è sbagliato.

Poi non è mai troppo tardi per essere chiari: il Catania è ancora in vendita? Finaria e Nino Pulvirenti devono spiegarlo a chiare lettere. Perché una società di calcio non è un ristorante o un supermercato: gestire una società di calcio comporta, volenti o nolenti, una pesante responsabilità nei confronti di una comunità cui bisogna rendere conto. Quindi non si può pensare di vivere da separati in casa, mostrando ad ogni piè sospinto insofferenza per stampa, tifosi, istituzioni. Se la proprietà vuole andare avanti deve prendere atto di ciò che è evidente: i successi del passato sono parte della storia ma non servono più a niente e che per replicarli non serve (o non basta) richiamare i protagonisti che furono, ma bisogna sbagliare decisamente meno che in passato perché le risorse economiche non sono più quelle di allora. E non si può più nemmeno chiedere fiducia a scatola chiusa, è necessario fare un passo indietro. Non è troppo tardi perché il proprietario, che credo oggi potrebbe anche parlare alla stampa non essendo più soggetto a DASPO, chieda ufficialmente scusa per i reati sportivi commessi e per le dichiarazioni post-sentenza contro la piazza. Senza un atto di umiltà del genere l’unica strada per Lo Monaco &Co. è di creare un bunker sperando di riuscire a trovare il bangolo della matassa e poter rinfacciare alla fine i risultati a chi adesso critica e diserta. Ma la strada di ricucire i rapporti con l’ambiente esclusivamente grazie ai risultati, annunciata più volte senza mezzi termini come l’unica strategia percorribile, non è però quella giusta. Bisogna volare molto più in alto e lavorare per recuperare credibilità, cosa assai difficile dopo il fango che si è diligentemente raccolto per seppellire il buon nome del Calcio Catania a tempo di record. Mostrare con i fatti rispetto per tifosi e stampa e chiarire se si vuole andare avanti o se si è in attesa di acquirenti.
Perhé chi oggi teme che l’alternativa a Pulvirenti non esista o aumenterebbe il rischio di fallimento afferma che conta solo la maglia, mentre dirigenti, giocatori, allenatori passano ma anche di non vedere l’ora che Pulvirenti passi. Che il suo ciclo sia finito, d’altra parte, è visibile a chiunque abbia gli occhi aperti.

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