Una delusione bruciante

Da 16 Ricordi Scelti, DR eDizioni.

8.
31 maggio 1997
Catania-Turris

Nel 1996-’97 giocavamo in Serie C2. Molto era cambiato rispetto a due anni prima. Massimino era deceduto in un incidente stradale sulla Palermo-Catania lasciando un vuoto che sembrava incolmabile non solo dal punto di vista affettivo, ma anche da quello puramente organizzativo. La società era passata agli eredi del presidente che ebbero il merito di tenerla in vita, anzi ci mancò poco che riuscissero a riportarla in C1 al loro primo tentativo.
Secondo il solito copione, la squadra all’inizio di stagione aveva faticato, così alla fine del girone di andata si era reso necessario un cambio di allenatore che aveva propiziato un’inversione di tendenza. Centrammo qualcosa come sette vittorie interne consecutive e una serie di undici risultati utili interrotta bruscamente da una sberla memorabile (1 a 5) rimediata sul campo del Matera su cui non avevamo mai perso.

Per la prima volta dopo anni avevamo acquistato uno straniero. Si trattava di Michael Ferrier centrocampista olandese che avrebbe dovuto farci fare il salto di qualità e che invece non contribuì alla causa quanto si sperava. La sua storia era molto particolare. Era stato portato in Italia dal Verona, ma una frangia estremista del tifo scaligero si era opposta al suo tesseramento perché si trattava di un giocatore di colore. Incredibile ma vero, i contestatori si erano spinti fino ad impiccare un manichino nero in curva dello stadio veronese, lanciando un chiaro messaggio alla società veneta. La cosa triste è che il messaggio fu recepito in pieno e Ferrier fu dirottato alla Salernitana, per poi approdare al Catania nel novembre del 1996. In Sicilia l’accoglienza fu decisamente diversa: in risposta all’iniziativa gialloblù i tifosi rossazzurri prepararono anche loro un manichino, ma per farci una statua da portare in trionfo insieme al giocatore il giorno del suo approdo alle falde dell’Etna. Un bel gesto che il giocatore non riuscì a ripagare sul campo.
Chiudemmo la stagione regolare al quarto posto. Poiché la serie C aveva adottato la formula dei play-off, era tempo dell’ennesimo spareggio. In semifinale ci trovammo di fronte la Turris, formazione di Torre del Greco che quell’anno si era dimostrata molto quadrata e temibile, tanto da piazzarsi terza. Nella serratissima lotta per la promozione diretta l’aveva spuntata la Battipagliese, alle cui spalle Benevento, Turris, Catania e Catanzaro erano arrivate in fila indiana, distanziate di un punto l’una dall’altra. Il regolamento dei play-off prevedeva che le gare di andata si disputassero sul campo delle formazioni peggio piazzate in campionato, quindi la nostra semifinale di andata era in programma al Cibali.

In attesa delle Universiadi che la Sicilia si apprestava ad ospitare, il nostro stadio era un vero e proprio cantiere. Mancavano le tribune centrali ed erano agibili solo le curve. Nonostante questo stimai che le presenze fossero almeno ventimila e la ressa mi costrinse ad assistere all’incontro da dietro una porta, da dove si capisce ben poco di quanto avviene in campo. Ma l’importante era esserci, poiché era un’occasione d’oro per riprenderci finalmente la C1. In realtà l’impresa non era per nulla agevole, contrariamente a quanto sembravano pensare il giornale e le televisioni locali, il cui ottimismo era basato sulla considerazione che dietro il Catania c’era una città ben più grande di quelle rappresentate dalle altre squadre approdate agli spareggi. A ben guardare, una promozione della Turris in effetti sarebbe stata un’impresa storica, un successo memorabile anche se probabilmente non duraturo. Stando alla nostra storia, invece, l’addio alla quarta serie, che peraltro avevamo conosciuto solo per quella maledetta vicenda del 1993, sarebbe stato nell’ordine naturale delle cose. Queste due considerazioni facevano convergere molte simpatie sulla compagine campana, per la quale l’occasione era unica, mentre noi eravamo presumibilmente in grado di procurarci nuove possibilità anche in caso di insuccesso.

A parte la teoria, comunque, c’era il problema pratico di dover vincere la partita di andata, possibilmente con più di un gol di scarto, impresa che negli scontri diretti della stagione regolare non ci era riuscita (avevamo pareggiato in casa e perso fuori). Il Catania però faceva ben sperare perché quell’anno era particolarmente prolifico. In prima linea c’era Orazio Russo, catanese cresciuto nel Catania con cui aveva giocato in C1 prima dell’esclusione del 1993 e che era tornato a casa proprio nell’estate del 1996. C’era poi Antonino Pannitteri, anche lui siciliano e veterano delle serie minori, uno che aveva una grande dimestichezza con il gol, tanto a essere ricordato quale bomber di razza in tutte le squadre in cui aveva militato, Catania compreso. E infine c’era Tiziano D’Isidoro, punta centrale dallo spiccato senso del gol. Ma tutta la squadra rossazzurra era competitiva, il che comunque non garantiva che saremmo riusciti a spezzare gli equilibri.

Il campo confermò che i valori delle due contendenti erano confrontabili. Ricordo una gara decisamente avara di emozioni, in cui gli ospiti seppero chiuderci molto bene e noi sembravamo meno pungenti del solito. Finì a reti inviolate. Il nostro tecnico, Gianni Mei, faccia quadrata e guance sempre rosse come se fosse stato appena preso a sberle, l’artefice della rimonta che ci aveva portato agli spareggi, a fine partita non trovò niente di meglio da fare che lanciare proclami, affermando che saremmo andati a vincere a Torre Del Greco, spingendosi fino a sostenere che il risultato di parità ci favoriva più di un successo stentato, immagino perché ci avrebbe impedito di fare pericolosi calcoli nella partita di ritorno. Al di là della validità di questa tesi, avrei preferito di gran lunga che avesse detto qualunque altra cosa. C’era un’infinità di frasi fatte cui attingere, dall’abusato “andremo lì a fare la nostra partita”, al politicamente corretto “abbiamo rispetto per tutti, ma paura di nessuno”, fino al classico “il calcio è fatto di episodi”, buono per tutte le stagioni. Invece no, volle lanciare il guanto di sfida, magari nell’intento di non deprimere l’ambiente, ma dimostrando invece quanto avesse accusato il colpo.

Lottammo tuttavia fino alla fine e su tutti i fronti. La società chiese e ottenne di far spostare la gara di ritorno dall’angusto stadio “Liguori” di Torre del Greco al “Partenio” di Avellino, che avrebbe potuto ospitare comodamente le due tifoserie senza rischi per l’ordine pubblico. La squadra tentò davvero di vincere la partita, ma la Turris fu perfetta. Prima controllò l’incontro difendendosi con ordine, poi colpì verso la metà del secondo tempo, tagliandoci letteralmente le gambe.

Era finita, ci aspettava come minimo un altro anno in quarta serie, la rimonta del girone di ritorno era stata inutile. La Turris invece riuscì ad andare fino in fondo: nella finale unica sconfisse a sorpresa il Benevento per 2 a 0.
Fu un successo memorabile, ma non duraturo.

Credits
Nell’immagine in evidenza, una formazione del Catania edizione 1996-’97. In piedi da sinistra: Cicchetti, Pizzimenti, Ferrier, Ricca, Di Dio e Fimiani. Accosciati da sinistra: Russo, D’Aviri, Pellegrino, Brutto e D’Isidoro (Da “Tutto il Catania Minuto per Minuto”, AA.VV., Geo Edizioni).
Video rete Turris-Catania da Youtube.

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