Storia del calciomercato rossazzurro

Da “Il Calcio Catania Magazine”, Anno 11, N. 7, Novembre 2012

Negli anni ’50 e ’60, il Calcio Catania ebbe una grande fortuna: le geniali intuizioni di Michele Giuffrida, brillante dirigente, recentemente scomparso

Buongiorno.
Talmente tante e gustose le chicche che son intenzionato a riferire oggi, che mi tocca saltar la parte introduttiva dell’articolo, quella che fa ogni volta da cappelletto al testo vero e proprio. Ma prima di andar avanti, metto subito le cose in chiaro. Questo pezzo è dedicato a un grandissimo dirigente rossazzurro degli anni Cinquanta e Sessanta. Quando lo incontro, con me c’è un tris d’appassionati di storia del Club Calcio Catania: Sergio Capizzi, Filippo Solarino e Toni Quartarone. Con modi aristocratici, piglio giovanile e pura maestria nel tirar fuori dal cilindro un aneddoto dopo l’altro, il nostro insigne ospite all’istante tutti e quattro ci conquista.

“Stadio Cibali, tiepido pomeriggio di ottobre, anno di grazia 1963, -attacca il dottor Michele Giuffrida- a bordo campo c’è Di Bella che dirige l’allenamento. Il mister non la smette di trattenere la cicca incollata alle labbra e far venir fuori dalla bocca, poco per volta, enormi e densi cerchi di fumo. Appena si accorge di me, fa un cenno e io vado a sedermi accanto a lui. ‘Ma cchi accattasti?’ -sbuffa don Carmelo e col dito indica Sidney Cunha Cinesinho-‘Chistu non curri e ghiè macari rassu’. Io faccio finta di nulla ma non posso che ripensare all’estenuante trattativa per il suo ingaggio. Sono le due meno un quarto di un infuocato giorno d’agosto, all’Hotel Gallia di Milano vengo a sapere che il talentuoso campioncino brasiliano è del neo-promosso Messina. Di botto, salgo su un taxi e scappo a casa Moratti. ‘Presidente, voglio Cinesinho’ irrompo. Quello prende il telefono e chiama il direttore sportivo Allodi, ‘Italo, straccia il contratto col Messina, perché Sidney Cunha è del Catania” ‘E noi ora come lo paghiamo?’ mi chiedo. Ci pensa il papà dell’attuale numero uno nerazzurro a venirci incontro. Szymaniak passa all’Inter per 100 milioni sborsati in contanti mentre ‘Cina’ è nostro per 120 milioni da saldare in 4 anni.

Michele Giuffrida
Michele Giuffrida in una foto degli anni ’50.

Non è certo la prima volta che il commendator Angelo si comporta come un padre di famiglia; ‘Sei un bravo ragazzo -mi ripete- ma se vuoi fare strada, devi stare attento’. È anche grazie ai suoi buoni uffizi se rimaniamo in A per tanti anni perché, proprio in virtù di intensi rapporti amichevoli, riusciamo a saldare i debiti con la Lega. Una mattina Moratti sta per darmi in prestito del denaro contante. ‘Bastano venticinque milioni?’ mi domanda. Sono un po’ perplesso e gli rispondo che abbiamo in rosa Ciccio Cordova, un calciatore promettente che ho pescato dalla Salernitana: ‘Prepara immediatamente -ribadisce il patron nerazzurro ad Allodi- un contratto di venticinque milioni per l’acquisto di Cordova’.
Quando, poi, vengo nominato tesoriere della Lega, (carica che reggo per cinque anni), l’ordine di battaglia è non farmi vedere al seguito dei nerazzurri per evitar di generare equivoci di sorta. Intanto lavoro ogni giorno per il mio amato Catania, costantemente a fianco del presidente Marcoccio (di cui sono praticamente l’alter ego) e dell’allenatore Di Bella. Il mio è un ruolo strategico perchè rappresento la squadra della mia città nelle riunioni federali. Così, a poco a poco, divento amico e confidente di importanti uomini del mondo pallonaro come Paolo Mazza, Giuseppe Pasquale e Giulio Cappelli.
Di tanto in tanto mi torna in mente l’approdo in rossazzurro di un indimenticabile numero uno. Estate del ’61: tra i convocati azzurri allo stadio Olimpico per la gara amichevole Italia-Inghilterra c’è pure il portiere della Juve, Beppe Vavassori. Giunto a Roma, Beppe va a mangiare al ristorante col resto della truppa e lo fa con molta rilassatezza; d’altronde sa di esser destinato alla panchina. Destino vuole che entri in campo e acchiappi due pappine a causa di sue disattenzioni per cui succede l’inferno soprattutto a Torino. In poche parole, in quell’occasione Vavassori si gioca la sua reputazione. Il vice-presidente bianconero, quello a cui l’avvocato Agnelli telefona tutti i giorni alle sei del mattino, è un mio carissimo amico, Remo Giordanetti. Un paio di giorni dopo, alla buon ora, questi mi chiama: ‘Michele, ascoltami bene: ci serve il vostro portiere Gaspari’. Premetto che Giuseppe Gaspari l’ho preso pagandolo due milioni a cambiali dal Livorno, grazie all’interessamento di Pietro Gori, quello che gestisce il ristorante ‘Le colline pistoiesi’ di Milano, il gran covo dei dirigenti che contano. ‘Sta bene, Remo –obietto d’un fiato- ma in cambio devi darmi Vavassori e trenta milioni’. So bene che Gaspari non è guardiapali da Juventus e giammai vorrei correre il rischio di incrinare i rapporti con la società bianconera ma l’affare va comunque in porto. Appena attacco la cornetta al ricevitore, scappo da Marcoccio e Di Bella che stanno seduti insieme a tavola. ‘Ho venduto Gaspari, –strillo contento come una Pasqua- mi danno ventisette milioni e in più è in arrivo pure Vavassori’ Per tutta risposta Don Carmelo comincia a bofonchiare ‘Non capisci nenti tu, u viristi cchi cumminau stu Vavassori cca nazionali!’. Non nego che quella volta mi arrabbio un po’ sbattendo con forza i pugni su un tavolino di vetro. Ha un carattere forte Don Carmelo e talvolta è burbero ma è uno che sa il fatto suo. Ricordo perfettamente il momento in cui nel lontano 1958 il medico sociale Umberto Marcoccio viene a sussurrarmi all’orecchio ‘Michele, a me questo Di Bella sembra un duro. Invece di fargli allenare le giovanili, che ne dici se lo promuoviamo alla prima squadra?’ Pochi minuti dopo, inizia l’epopea di uno dei più bravi allenatori del Catania di tutti i tempi”.

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