Il Duca Nenè: al comando del Catania per “devoir officiel”

Da “La Sicilia” del 22 settembre 2014

«Prima di scrivere- lo dice Italo Calvino- occorre documentarsi su date, nomi e titoli. Poi si può iniziare ma il cammino per un testo accettabile è lungo e tortuoso». Con tali dogmi in mente, in questo giorno d’oggi riferisco qui d’un casato gentilizio di ieri. Per capirci, lo stemma di codesto parentado raffigura l’aquila nera coronata che reca sul petto uno scudo con incisa una cometa che illumina un triangolo. Ora io spiccico qua e là di giardini equatoriali, piante esotiche e immense distese di campagna. In questo punto esatto alludo a scalzacani in mutandoni e panciotti inzaccherati che rincorrono una palla, preziosi ombrellini infiorati, casti sguardi e fanciulle con gote in fiamme. Nel momento in cui cominciano le vicende -impossibile non riportar ciò- avverto forte la fragranza di Belle Époque.

Anno del Signore milleottocentonovantotto: a Napoli vien al mondo Antonio De Curtis, Guglielmo Marconi realizza un contatto radio fra Inghilterra e Francia, a Catania vede la luce Vespasiano Trigona. All’ombra del pennacchio etneo fumante cresce un giovinetto educato dagli istitutori secondo lo stile aristocratico. Legge molto, signoreggia nel tiro al volo ma ha un’indole schiva che incute paura. In realtà il ragazzino è buono e bravo, fors’anche troppo. Diplomatosi ragioniere, è inscritto nel libro d’oro nobiliare col titolo di Duca di Misterbianco. Impresto, torno torno alla sua figura si crea un alone di esagerata ricchezza; vero è d’altronde che sta egli per ereditare un patrimonio di possedimenti terrieri. Latifondi e agrumeti così abbondanti che il detto “avi cchiù soddi do Duca di Misterbianco” indica in città persona danarosa.

Il duca Vespasiano Trigona di Misterbianco
Il duca Vespasiano Trigona di Misterbianco

Scocca l’anno di grazia millenovecentotrentadue quando nel consiglio d’amministrazione della S.S.Catania son trascritti nomi d’elite: Benedetto Majorana della Nicchiara, Enrico Grimaldi, Vittorio Fecarotta, Bartolo Ferreri. Il football vive un momento di crescita popolare ma la squadra rossazzurra ristagna nell’acquitrino della Prima Divisione. Non è il Duca un fautore del fascismo, pur nondimeno diviene suo malgrado gerarca. Di più: è  l’uomo giusto per la carica di mecenate del pallone. Così dice il regime: punto e basta. Seppur le sue competenze sono agricole e nulla più, nella casella di Commissario straordinario appaiono repentinamente il suo nome e cognome. Giocoforza, spande il Vespasiano fior di palanchi per aver a sé una cerchia di collaboratori giusti e di calciatori tosti. Nel giro d’un paio d’anni -che Iddio sia lodato- c’è un’impennata di presenze al campo, si esce dalle basse secche e si vola in B. Il mister seduto in panchina è quel santone di Géza Kertész, la squadra è ottima. C’è perfino Biavati, uno che con la finta in corsa ubriaca gli avversari. Lo stadio si chiama dei Cent’anni, sta nel catino di piazza Esposizione e ha tribune in legno. Nei giorni di festa domenicale, otto lire è il prezzo del biglietto per il palco mentre un posto in platea costa la metà. Epperò, dentro il quartier di Cibali, sta per sorgere un impianto avveniristico colle tribune in cemento e spazi per scherma, ginnastica e pallacanestro. Costretto dalle autorità a privarsi delle sue proprietà, siffatto terreno è  “regalato” dal facoltoso Commissario che seguita a tesser una tela color rosso fuoco e azzurro cielo e con l’effigie  dell’elefante. Il vascello ha il vento in poppa e per un pizzico non varca l’aurea soglia della serie A. Purtuttavia, non appena scopre che le finanze di famiglia stanno depauperandosi, nel trentasei Vespasiano si defila e consegna la squadra alla locale federazione del fascio. In tutta risposta, nel quarantuno gli vien confiscata parte della sua principesca dimora in piazza Roma, convertita in alloggi per ufficiali della Wehrmacht di stanza in città.

Chiudo qua il mio omaggio a un catanese capace d’infiammar d’entusiasmo il calcio etneo  e irrobustirne il blasone in ere storiche scomode. Poi però, come nel gioco dell’oca, ritorno alla casella di partenza e al precetto di Calvino. Così tre minuti dopo riparto con quanto riferitomi testé da un’elegante giovin signora e dal suo brillante zio. Lei è Ester Napoli e lui Vittorio Li Destri di Rajnò. Discendenti di una nobile famiglia sicula, son entrambi dotati del dono poetico del racconto. «Vespasiano Trigona -attacca zio Vittorio- era mio cugino. Maria, sua mamma, era sorella di Mauro Li Destri, mio papà. Nenè –così lo chiamano in famiglia- è un uomo pacato che di fronte ai soprusi si fa incazzereccio. È la persona più in vista in città: non è appassionato di pallone, invero gli piacciono la caccia e il biliardo. Per far fronte alle spese calcistiche deve vendere il feudo Geraci, una proprietà in provincia di Enna che proviene dalla dote di zia Maria. Lo ricordo sempre pacato e cordiale, attorniato dai dipendenti. È generoso e giammai si mette in mostra o parla del suo passato da presidente. Durante la vendemmia spesso ripete: ‘Gli errori che fanno i giovani sono incalcolabili, però poi viene la piena e tutto si sistema’».

«Un bel giorno –prosegue Ester Napoli– sulla foce del Simeto in quel di Primosole, dimora estiva familiare, il Duca sta passeggiando quando scorge una giovane donna dai capelli dorati che con portamento regale cavalca sapientemente tra i campi di girasole, accarezzata dal vento e dalla brezza marina: è Maria Carmela, la figlia del Barone Spitaleri della Solicchiata. Nenè è incantato e comincia a corteggiarla, in pochi mesi l’altolocata coppia convola e c’è il sospirato erede: Alberto. Come succede tra tutti gli sposi del mondo, ci sono momenti felici e altri meno. La sera del  quattordici ottobre millenovecentosettantatre c’è una festa dai cugini Li Destri di Rajnò. Nenè sale le scale del palazzo ma è affaticato, i nipoti vogliono aiutarlo. Lui si fa pallido e pare sfiancarsi, lo raggiunge la moglie e gli siede accanto: la dipartita di Nenè è carica di note struggenti. Su quei gradini e in pochi attimi marito e moglie riconciliano l’intera loro vita terrena».

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