Geza Kertesz, lo Schindler del Catania

Da “I Vespri”, 16 aprile 2011

La toccante storia dell’allenatore rossazzurro dal cuore buono

Il mister magiaro escogita una forma di ritiro collegiale: l’obiettivo è quello di cementare lo spirito di gruppo

Il 6 febbraio del 1945 l’Europa vive la fase conclusiva della più devastante catastrofe nella storia dell’umanità: il secondo conflitto mondiale. In una livida alba, a Budapest, si compie il destino di un uomo. Lui si chiama Geza Kertesz e i tifosi rossazzurri lo conoscono bene perché, da mister, è stato capace nel ’34 di condurre il Catania alla prima arrampicata in B.

Ottimo calciatore e nazionale ungherese, Geza nella seconda metà degli anni Venti getta gli ormeggi in Italia e sceglie d’iniziare la carriera di allenatore. I suoi metodi innovativi incuriosiscono il Duca Trigona di Misterbianco, commissario e presidente-mecenate di un club che tenta la scalata verso vette prestigiose. E così sarà: il torneo di prima divisione, anno calcistico di grazia 1933-’34, è vinto in carrozza. Indescrivibile l’entusiasmo di migliaia di cittadini etnei che puntualmente riempiono il catino dello stadio di legno di piazza Verga che però tutti chiamano ancora piazza Esposizione. Ogni santa domenica al campo dei“Cent’anni” c’è la ressa per l’acquisto dei biglietti: dieci lire costa la tribuna, cinque lire il parterre. Su quel rettangolo polveroso c’è una squadra che infiamma i cuori marca liotru; i suoi eroi hanno i nomi delle vecchie glorie del pallone italico Giovanni Degni, Ercole Bodini e Ottorino Casanova, dei virgulti Mario Sernagiotto, Mario Nicolini e Ferruccio Bedendo ma soprattutto del primo idolo del calcio catanese, Cocò Nicolosi.

Geza Kertesz
Geza Kertesz nel 1938 (foto tratta da “Tutto il Catania minuto per minuto”)

Geza vive con la sua famigliola a villa Spadaro-Ventura, non distante dalla zona in cui fervono i lavori di completamento del nuovo stadio Cibali. Per primo in Italia, il mister magiaro escogita una forma di ritiro collegiale quotidiano che si tiene in una grande villa con dependance nei dintorni dell’impianto sportivo di Piazza Spedini. L’obiettivo è cementare lo spirito di gruppo: «è il miglior propellente per le più grandi affermazioni» ripete di continuo ai suoi ragazzi. Per la stagione successiva si punta alla A e la rosa viene puntellata dal fantasista bolognese Amedeo Biavati, proprio lui, l’inventore del “doppio passo” che sconcerta anche i più forti difensori. Si approda al terzo posto finale che non vale la promozione e il buon Biavati se ne torna all’ombra delle due torri. Lo aspetta il titolo di campione del mondo conquistato tre anni dopo con gli azzurri di Vittorio Pozzo. La stagione 1935-′36 si apre con i dubbi del tecnico sull’accettare o meno la riconferma ma l’affetto dei tanti tifosi che lo fermano durante le passeggiate al Giardino Bellini e le pressioni di Vespasiano Trigona lo convincono a rimanere. Allenatore e presidente sono legati anche da riti scaramantici come l’immancabile pranzo pre-partita nel quartier generale del Duca che si affaccia su Piazza Roma. La classifica finale è più che buona ma un ciclo si chiude perché il presidente lascia la società nelle mani della federazione fascista catanese. Per l’ungherese molto legato al Duca di Misterbianco sopraggiunge l’ora dei saluti alla «città dal cielo sempre azzurro e dalla gente sempre disponibile» che tanto ama. Inizia a girovagare per mezza Italia: Taranto, Atalanta e nel 1939-′40 il prestigioso incarico alla Lazio con cui consegue un ottimo quarto posto nella massima competizione calcistica nazionale. Dopo una stagione interlocutoria ecco a sorpresa il ritorno all’ombra dell’Etna. Molte cose son cambiate nel frattempo: i rossazzurri militano nel girone più meridionale della terza serie insieme a Palermo e Siracusa. Ma soprattutto da oltre un anno l’Italia di Mussolini è in guerra e la città viene colpita da frequenti bombardamenti che minacciano il nuovo stadio intitolato allo scomparso gerarca Italo Balbo. Seppur competitiva per il ritorno fra i cadetti la compagine etnea non riesce a imporsi e rimane nelle secche della C. Per il tecnico di Budapest è il momento del commiato definitivo dalla città dell’elefante. All’orizzonte c’è il prestigioso incarico di guidare i campioni d’Italia della Roma, ma nel ′43 la voragine degli eventi bellici ha il sopravvento e l’attività calcistica è sospesa. In qualità di ufficiale dell’esercito e di fervente nazionalista, un uomo fa ritorno nella sua terra natia. Per lui è pronta la panchina dell’Ujpest che parte tra le favorite del campionato di calcio, unico diversivo per un popolo precipitato nel dramma dell’occupazione nazista. Le persecuzioni colpiscono ogni settore della società magiara e sono tanti gli sportivi che finiscono deportati nei campi di concentramento. Ma qualcuno decide di non rimanere con le mani in mano e compie il più grande capolavoro tattico della propria vita. Insieme ad Istvan Toth, trainer degli acerrimi rivali stracittadini del Ferencvaros, Kertesz costituisce un’associazione resistenziale che ha lo scopo di strappare quante più vite alla follia dei campi di sterminio. Centinaia di persone vengono nascoste tra case di amici e monasteri: è un autentico miracolo quello compiuto dalla generosità e dal coraggio dei due uomini. C’è di più: lo stesso Geza conosce bene il tedesco e si traveste da soldato della Wehrmacht per aiutar alla fuga la gente dal ghetto di Budapest. Ma, nella natura umana, apici di grandezza si alternano a vette dotate della più infima brutalità. Cosi un giorno di novembre del ‘44 la Gestapo si presenta a casa Kertesz per arrestarlo davanti a moglie e figli. Sono le ultime settimane del conflitto mondiale e in una patria assediata dall’Armata Rossa di Stalin imperversano i nazisti ungarici delle croci frecciate in cerca di sanguinose rese dei conti. Non un briciolo di umanità da parte dei carnefici precipitati nell’abisso morale della follia: all’alba del 6 febbraio ′45 Geza viene fucilato.

Un’intera nazione gli tributa gli onori dovuti nel funerale celebrato postumo alla fine della guerra e a cui partecipa anche una delegazione di catanesi con tanto di vessilli rossazzurri.

Da allora è sepolto nel cimitero degli eroi di Budapest, una medaglia riservata a pochi.

Per più di sessant’anni la sua storia è stata colpevolmente dimenticata dalla città con simbolo l’elefante.

Riportarla alla luce è il tributo minimo ad un uomo dal cuore buono che ci piace etichettare come ‘lo Schindler del Catania’.

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