Well done foxes!

Ci sono parole che vengono usate talmente tanto spesso da perdere tutta la loro potenza espressiva, sono quelle, per intenderci, che il correttore grammaticale di Word finisce per bollare come “logore e abusate”.
Nella retorica dello sport una di queste è “miracolo”, spesso accostata all’aggettivo “sportivo”, quasi a non voler urtare certe sensibilità religiose.
Insomma, si capisce che una volta che definisci miracoloso qualunque risultato inaspettato, che magari è una impresa frutto di un ottimo lavoro organizzativo, lo svuoti automaticamente di gran parte del suo valore.
Non è questo il caso dell’esaltante vittoria dello scudetto inglese del Leicester (per inciso mi sono informato: si pronuncia [les-ter] e rappresenta una città di meno di 300 mila abitanti. Sì lo so, meno di Catania).

Una squadra dalla storia modesta guidata da Claudio Ranieri, ex terzino del Catania (ma che ha fatto la propria storia di calciatore nel Catanzaro di Massimo Palanca, oltre che delle altre nostre conoscenze Piero Braglia, Carlo Borghi e Bruno Pace, e che ha militato anche nel Palermo, prima di spiccare il volo da allenatore) la cui impresa qualcosa di miracoloso ha di certo. Non che il successo sia stato costruito sulla povertà, dal momento che il patron del Leicester è un ricco imprenditore tahilandese che aveva fin dall’inizio nei suoi progetti proprio di portare il club molto più in altro di quanto fosse mai stato, anche se non così in fretta, ma perché i foxes non annoverano nelle loro fila dei fuoriclasse. Sono riusciti a trovare l’alchimia giusta per tirare fuori da ogni interprete il massimo, e hanno saputo cogliere l’occasione di una stagione in cui le “grandi” hanno avuto grandi problemi.
Nulla a che vedere con il Chelsea e Manchester City, i cui padroni hanno preferito usare un approccio a forza bruta investendo forte e subito su molti giocatori e tecnici già affermati.
Ecco, nel mio ideale di Catania c’è un club che vince capitalizzando i punti di forza che fanno parte del proprio DNA, piuttosto che invertendo la rotta della propria storia semplicemente grazie al una montagna di denari buoni a comprarsi il bazooka per sparare alle mosche.
Tanto per intenderci, noi catanesi siamo tanti (cioè rappresentiamo un buon bacino d’utenza) e siamo bravi a compattarci nei momenti in cui ci sentiamo assediati tirando fuori il meglio di noi stessi e trascinando i nostri eroi del momento. Bisognerebbe sfruttare queste caratteristiche per creare una simbiosi con il Club che vada davvero oltre gli interpreti del momento e che crei un senso di appartenenza destinato a durare, annullando gli effetti nefasti dell’altra faccia della medaglia. Mi riferisco alla propensione al provincialismo sterile, alla continua ricerca del salvatore della patria e alla depressione da panico che hanno reso ogni nostro successo un exploit limitato nel tempo, ogni volta nato sulle ceneri di un collasso.
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