Ora prendiamoci il futuro

Non è stato male salvarsi ancora una volta all’ultima giornata, mi sono sentito sollevato, è stato bello. Ma non ho potuto fare a meno di pensare a Nick Hornby. Nel suo delizionso “Il mio anno preferito”, Hornby racconta della sua infatuazione per il Cambridge United, club di Second Division, e di come lo scenario che aveva sognato ad agosto, calciatori festanti in campo e pacche sulle spalle sugli spalti, si fosse concretizzato a fine aprile anche se per festeggiare la fine di uno dei più spettacolari digiuni di vittorie  di cui la lega professionisti fosse stata testimone. E lui si sentiva felice perché “nei sette mesi precedenti il Cambridge aveva continuato a sbattere la mia testa contro un muro, e quel pomeriggio aveva smesso”.

Tornando alla realtà del Catania però, non si può negare che l’aver scongiurato il record della terza retrocessione consecutiva non cambia il dato di fatto che la stagione è stata fallimentare. Non un disastro epico, ma una stagione fallimentare. E lascia una pesante eredità perché i protagonisti hanno dimostrato di non poter garantire nulla di diverso il prossimo anno. E’ vero che partire con 10 punti di penalizzazione in un campionato che dava solo 34 giornate per mettersi alle spalle almeno cinque squadre non era facile, e che le cose si sono complicate cammin facendo per le vicissitudini giudiziarie del patron Pulvirenti. Ma cosa si è costruito? I giocatori sono entrati in catalessi nel girone di ritorno e si sono dimostrati privi di orgoglio, carattere e personalità. La dirigenza ha continuato nel solco tracciato negli ultimi anni dimostrandosi incapace di gestire la giurma e consentendo che non tutti facessereo sempre il proprio dovere, per tacere delle valutazioni di mercato assai discutibili (ancora mi chiedo come si possa rimettersi in casa un giocatore che se n’era andato intentando – e perdendo – una causa in cui accusava la società di aver falsificato la firma sul rinnovo di contratto, cioè Plasmati). E poi c’è il nuovo presidente Franco, che ha un curriculum ottimo se lo si considera un curatore fallimentare ma che ha detto chiaro e tondo che ci vorrà un mesetto per capire quale budget potrà essere assegnato al ramo sportivo di Finaria. Peccato che chi vuole tirarsi fuori dalla terza serie ci stia già lavorando da mesi e quindi la strada è già più che in salita.

Quindi che fare? Abbandonarsi al disfattismo? No, prendere semmai atto che questi professionisti che dicono di essere devoti alla nobile causa di dare un futuro al Catania, non vogliono in realtà ammettere ciò che evidente, e cioè che il massimo che possono fare è provare a vivacchiare in terza serie. Per fare questo non è necessario turarsi il naso e sopportare che il nostro Club resti in mano ad un personaggio che ha confessato di essersi attivato per comprare delle partite, che è stato condananto per illecito sportivo, che si sospetta abbia scomemsso illegalmente e su cui pende la spada di Damocle di un processo per bancarotta fraudolenta che verosimilmene ne limiterà ulteriormente le possibilità di rilancio, già esigue.

Per vivacchiare in terza serie possiamo anche affidarci a gente meno facoltosa, a imprenditori locali che abbiano voglia di dimostrare qualcosa e imbastire un progetto, sia pure poco ambizioso. Chi grida all’ingratitudine per la contestazione a Pulvirenti si vada a riguardare le conferenze stampa di qualche anno fa, quando quel Pulvirenti ruggiva promettendo salvezza ed Europa con la squadra ultima in calssifica, o rimproverava pubblicamente i suoi dopo un imbarazzante 1-4 interno con la Lazio o insultava gli Agnelli che si godevano un regalo arbitrale senza precedenti. Le guardi, quelle conferenze stampa, e le confronti con il Pulvirenti delle ultime uscite pubbliche, quelle in cui era diventato una macchietta senza argomenti che non poteva convincere nemmeno una platea ammaestrata da anni di gestione dittatoriale dei rapporti società-stampa. Quello che ha accusato al città di essere responsabile delle sue azioni criminali, rinfacciandole i tragici fatti del 2 febbraio 2007.

Non ci vuole una laurea in psicologia per capire che il primo Pulvirenti non esiste più e il secondo non può più aiutare il Catania.

 

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